Ancora tiempo

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Molti li chiamano “gli anni migliori”, per noi erano quelli in cui ci sentivamo forti nelle nostre debolezze. Erano gli anni in cui sfidavamo la vita, la sorte, noi stessi.

Io scappavo di casa, nessuno si accorgeva della mia assenza, erano troppo occupati a litigare, a parlare dei soldi. Maledetti soldi: loro andavano via e tutti se ne rendevano conto ma quando ero io a scappare erano sempre troppo distratti.

Raggiungevo il mio compagno di avventure che, come ogni volta, mi aspettava all’uscita della via in cui abitavo. C’era solo un lampione ad illuminare quella strada ed io la seguivo come se fosse la direzione giusta per la mia libertà. Camminando verso la sua macchina, riuscivo a vedere la sagoma del suo corpo, nonostante fosse offuscata dal fumo della sigaretta che teneva tra le dita. Aprivo la portiera e sentivo quello strano odore inconfondibile: un mix di sigarette e one million. Il motore, già acceso, faceva muovere il nostro piccolo mondo, il suo piede premeva sempre di più sull’acceleratore, aprivo il finestrino e mettevo un braccio fuori. Accarezzavo il vento, lo facevo scivolare tra le dita, in pochi secondi lo sentivo materializzarsi e sciogliersi.

Erano le solite domande a rompere il ghiaccio.

“Se ne sono accorti che te ne sei andato via di casa anche stasera?”

“No, papà era ubriaco sul divano e mamma in camera davanti al telefono, starà cercando un rimedio per la mia omosessualità su qualche pagina Facebook per cinquantenni. A te invece?”

Iniziava così uno scambio interminabile di critiche alle nostre famiglie, alle persone di un paesino troppo piccole che non accetta il “diverso”. Senza nesso logico, la discussione cambiava argomentazione con aneddoti di ragazze e ragazzi, di quelli che ci piacevano, della nostra incapacità di avere relazioni.

Arrivati a destinazione iniziava la nostra serata. Facevamo il giro dei locali, in ognuno dei quali prendevamo qualcosa da bere. Si alternavano sigarette, bar e bottiglie mentre le nostre menti diventavano sgombre e il tempo scorreva veloce (ed ora che ci penso), ne abbiamo sprecato parecchio.

Forse da ubriachi sembravamo più attraenti e meno sfigati perché alla terza birra iniziavamo a socializzare. Strano come puoi essere trasparente in casa e a colori agli occhi di qualche ragazzo ubriaco.

Sentivo la libertà di chi non pensa ma pensavo che probabilmente abbiamo bisogno di non pensare per essere apparentemente felici.

Decidiamo di prendere due birre giurando che sarebbero state le ultime, andare al porto e guardare l’alba.

Eravamo due ragazzi, due vite particolarmente difficili. Una birra in mano, il mare del porto davanti ai nostri occhi. Quella notte, in quel momento, non ci siamo detti nulla, eravamo troppo ubriachi, a parlare per noi c’era una canzone: “è ancora tiempo”.  Quella era la classica canzone che sembra sia stata scritta per te che hai sempre pensato a come spiegare quello che hai dentro. Parlava di speranza, del tempo che va via trascinandosi i nostri errori, della possibilità di migliorare il futuro, di non pensare più al passato ma a ciò che verrà.

Sono passati alcuni anni, io ho smesso di vivere in quel modo, lui ha smesso di vivere. Per lui non è più tempo ma vivrà nei ricordi. Con me vive il ricordo, la malinconia e la voglia di tornare indietro per cambiare le cose, ma in fondo al cuore so che il mio futuro è come quel mare oltre il vetro dell’auto. In fondo so che è ancora tiempo.

Andros Xapa

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